venerdì 24 aprile 2020
Genitori al tempo del Coronavirus - Prepariamoli all'ora d'aria
Genitori al tempo del Coronavirus - Prepariamoli all'ora d'aria
Fiumi di parole uscite dalle nostre bocche, fiumi di parole lette sull'argomento per cercare di navigare in queste acque nuove.
Già fare i genitori in questa era, è un'impresa titanica, visto che i modelli educativi con i quali siamo stati educati e che saremmo stati pronti ad usare ora che toccava a noi il ruolo del "maestro" sono ormai pressoché inutilizzabili.
Inutilizzabili non perché privi di valore, ma perché desueti.
Si vabbè, l'amore, l'onesta, l'amicizia, il lavoro, il dovere civico, rimangono dei best seller, ma appena ci si scosta da quelle strade maestre, ecco che ci si ritrova in vicoli dei quali non conosciamo il punto di arrivo.
Non c'è cosa più fastidiosa di avere un condottiero che non sa dove si debba andare e non c'è condizione peggiore per un condottiero di quella di chi non sa dove deve portare la sua truppa.
Tutti scontenti quindi, condottieri e truppa, soprattutto in questo periodo nel quale siamo finiti in una strada sconosciuta, e non c'è nessuna memoria storica che ci possa dare un'indicazione sulla direzione da prendere.
E chi lo sa come si deve vivere in una guerra senza bombe, in una società senza rapporti, dentro a relazioni senza contatto, in una socialità senza aggregazione?
Siamo finiti in un mondo nuovo del quale dobbiamo imparare le regole in contemporanea ai nostri figli e l'interpretazione delle regole e il suo rispetto sono vitali per la nostra e la loro sopravvivenza e per la sopravvivenza di tutti quelli che ci stanno attorno.
Siamo finiti in un mondo di regole il cui rispetto rigoroso è una condizione essenziale, quindi non abbiamo quel margine, quella tolleranza, quella gradualità che, nell'educare un bambino, sono necessarie affinché lui impari, si abitui, metabolizzi.
Siamo chiamati ad un intervento educativo forte, risoluto, fermo, molto poco adatto al nostro attuale stile genitoriale, che invece è basato sulla dialettica, sullo scambio e non sull'autorità indiscutibile.
Siamo chiamati, infine ad un intervento forte, senza l'aiuto dei nostri abituali partner educativi: scuola, sport, scout, parenti, tate, baby sitter.
A breve i nostri figli potranno uscire di nuovo.
Li abbiamo trattenuti in casa seguendo seriamente le indicazioni ministeriali; in molti casi ci siamo sentiti criticati per aver interpretato troppo severamente le regole o addirittura ci siamo sentiti incolpati della loro reclusione in casa.
Da quello che vivo personalmente in casa e da quello che sento nella comunità alla quale appartengo, i bimbi sono stati bravissimi.
Adesso dobbiamo renderci conto che il nostro lavoro non è finito ma - anzi - ha bisogno della stretta finale. I bambini devono essere preparati alle nuove regole di convivenza. Dobbiamo essere certi di portare i nostri figli al parco sapendo che loro sappiano le severissime regole da rispettare per poter guadagnarsi questo scampolo di libertà.
prima di mandare i nostri figli fuori di casa assicuriamoci che abbiano ben chiare le regole, i rischi, e il loro ruolo di responsabilità verso la salute degli altri.
Ho due immagini che credo utilizzerò.
In una vedo dei bambini ad una comunione, vestiti tutti col vestitino bello, elegante, pulito. Se uno di loro o alcuni di loro si sporcassero le mani con la cioccolata della torta sarebbero pienamente consapevoli di poter sporcare il loro vestito e quello degli altri.
In un'altra vedo la scena che avviene ai parco avventura, quando tutti in silenzio ascoltano le regole per agganciarsi ai cavi per non finire di sotto. La loro attenzione ed il loro scrupoloso rispetto delle regole sono la garanzia che, quando hanno la percezione del pericolo, i bambini sanno come comportarsi.
In bocca al lupo a noi genitori.
Federico Ghiglione - Pedagogista
Resp. progetto PROFESSIONE PAPA'
Resp. U6, U8, U10 SUPERBA RUGBY GENOVA
Resp. RUGBYTOTS Genova
www.professionepapa.it
lunedì 28 ottobre 2019
CLASSIFICA? QUALE CLASSIFICA?
Finito il primo Torneo di Superba Rugby Genova bevo la terza birra offerta da un papà avversario e anche se chiacchiero i miei pensieri ripercorrono le mille emozioni, le mille situazioni, le mille decisioni, i miliardi di parole, sorrisi, urli, esultanze, sorrisi, pianti, preoccupazioni della giornata.
Ed ecco una voce da dietro che chiede: "Ma quanto siamo arrivati in classifica?".
Quale classifica? - mi chiedo tra me e me. Fingo di non aver sentito ma dentro di me organizzo una risposta.
Quella della Società?
la Società ha portato una trentina di bimbi e famiglie a giocare un torneo e ora li vede gasati, felici, uniti, contenti della loro scelta e fiduciosi in un futuro tutto ovale. E il futuro di una Società sono i bambini e le loro famiglie.
Quella dei genitori? ogni genitore ha dentro di sé la chiarissima percezione di quanto il proprio bimbo sia cresciuto in termini di coraggio, intraprendenza, capacità motorie, relazioni sociali con i compagni, con gli allenatori, con gli avversari, con gli arbitri. Ogni scambio di battute con ciascun genitore ci conferma che ogni genitore è soddisfatto di quello che ha visto fare al proprio bimbo. Chi si è emozionato, chi ha gioito, chi si è stupito, chi si è goduto lo spettacolo. Insomma, un successo.
Quella degli allenatori? ogni allenatore vive questi appuntamenti come una cartina tornasole del proprio lavoro. Vuol capire se ha lavorato bene, se i suoi bimbi sanno affrontare un impegno così complesso e denso di novità, se quello che ha insegnato tecnicamente ha dato i suoi frutti, se i bimbi hanno saputo applicare quello che hanno imparato, se le altre società hanno fatto fare ai loro bimbi passi avanti differenti da quelli che hanno fatto i suoi, se il rapporto con i genitori è stato impostato in maniera corretta affinché in un momento così complesso le interazioni genitore-bimbo-allenatore siano state positive e costruttive. Ripenso alle nostre squadre, fatte per essere equilibrate, per dare spazio a tutti, per far crescere tutti. So che alcune Società fanno i "dream team" mettendo in campo i migliori, ma se si fa così si lascia indietro qualcuno e questo nel rugby, o almeno nel mini-rugby, non si fa. Si appaga un po' di vanità. La nostra. Ma non siamo qui per noi stessi ma per i bimbi.
Quella del gruppo? ogni leva, ogni settore giovanile vive di energia, di gruppo, di relazioni. Se i genitori diventano amici e hanno chiaro il progetto educativo della Società e gli Allenatori nasce un ambiente positivo nel quale tutte le figure si danno un rinforzo reciproco e chi ne beneficia sono soprattutto i bimbi. Mi volto e vedo sorrisi, baci, strette di mano, abbracci, birrozzi, salami affettati, gente che aiuta, che si aiuta, pacche sulle spalle, gioia. Il miglior dono che possiamo fare ai nostri bimbi è costruire ambienti nei quali crescere con serenità. La U6, la U8 e la futura U10 sono questo. Stiamo lavorando per loro e mi sembra che tutto stia funzionando bene.
Quella del Torneo vero e proprio?
Ah si ..... credo che ci sia anche una classifica ufficiale, anzi no, da quest'anno non c'è più. Vedete un po' se la trovate su qualche foglio sdrucito. Io non ce l'ho. Chiedete ai bimbi. Mi hanno tutti detto che hanno giocato una finale e che l'hanno vinta.
Io credo di più ai bambini che agli adulti, quindi mi sa che è andata bene.
Federico Ghiglione - Pedagogista
Resp. progetto PROFESSIONE PAPA'
Resp. U6, U8, U10 SUPERBA RUGBY GENOVA
Resp. RUGBYTOTS Genova
www.professionepapa.it
martedì 6 agosto 2019
LO STRAPPO DI HORACIO
LO STRAPPO
C’era una volta, un
bambino che si chiamava Horacio. Quando andava a scuola con la mamma passava
davanti ad un campetto dove dei bambini giocavano con una palla ovale.
Chi la calciava per aria, chi la
teneva stretta tra le braccia, chi la passava ad un amico. Ogni tanto qualcuno
la prendeva e cominciava a correre, e tutti gli correvano dietro per fermarlo. Alcuni
cercavano di riconquistare la palla, altri invece lo aiutavano. Horacio osservava che il bambino con la palla correva verso una parte del campo aiutato dai suoi compagni, e gli altri, cercavano di fermarlo e di prendergli il pallone.
Non era
importante che il bambino che aveva il pallone in mano dovesse arrivare in
fondo al campo, ma che ci arrivasse il pallone: bastava passare il pallone ad
un compagno libero, il quale ci riprovava.
Ma cosa c’era di così importante
in fondo al campo da volerci a tutti i costi portare il pallone? Il bambino
guardò con attenzione e non vide nulla. Non c’era una porta, non c’era un
cesto, non c’era una rete. Niente! Che mistero.
Un giorno venne il nonno a
prenderlo. Il nonno acconsentì ad una lunga
sosta e lì Horacio fece altre scoperte: il bambino che aveva il pallone tra le
mani, quando riusciva a scappare dalle
grinfie degli avversari, arrivato in fondo al campo, portava la palla a terra e
toccava il terreno. A volte faceva un vero e proprio tuffo con la palla tra le
mani, altre volte, correndo si chinava verso terra e faceva toccare il pallone
al di là di una riga che delimitava il fondo del campo.
Qualcuno esclamava: Meta! Quello
doveva essere il nome del goal.
Ma come facevano tutti quei bambini ad azzuffarsi senza
arrabbiarsi? Le volte che aveva visto zuffe di quel genere era stato in
occasione di una lite, i bambini quella volta erano arrabbiati e dicevano tante
parolacce, i genitori erano arrivati e avevano sgridato tutti e li avevano
fatti smettere.
In quel campo invece erano tutti
tranquilli, ci si poteva azzuffare ma non ci si doveva arrabbiare e nessuno dei
genitori sgridava i bambini che lo facevano. Figo!
Nessuno se la prendeva semplicemente ci si azzuffava per avere il pallone, non perché si
fosse arrabbiati con qualcuno. Strafigo!
Quindi ricapitolando, era
importante avere il possesso della palla che doveva essere portata prima
possibile dopo la linea in fondo al campo; non ci si doveva arrabbiare se tutti
gli altri cercavano di conquistarla e nel caso ci si fosse trovati in
difficoltà o bloccati si poteva fare affidamento sui compagni, passandogli la
palla e affidando loro il compito di portare la palla in meta.
Horacio aveva capito quasi tutto. Questo gioco
era una specie di sfida per conquistare il territorio e il segnale che eri
riuscito a conquistarlo tutto era appoggiare il pallone alla fine del
territorio. Figo!
Una volta, però, notò una cosa.
Il bambino con la palla in mano passò la palla ad un suo compagno di squadra
che si era messo a correre verso la linea di fondo così veloce che lo aveva
superato e l’allenatore fischiò. Disse: “Avanti!”. Tutti si fermarono e la
palla fu data all’altra squadra.
Quindi si poteva passare la palla solo in dietro. Che mistero!
Horacio guardò e riguardò, poi un giorno capì. I bambini a
forza di aiutarsi a spingere e con questa regola scomoda che li obbligava a
passarsi la palla in dietro, erano costretti a stare vicini, a stare insieme e quelli che lo facevano meglio vincevano.Gli piacque e quindi chiese alla mamma e a papà di iscriverlo a Rugby.
La mamma sbiancò perché pensò che il suo bambino in quella zuffa non ce lo avrebbe mai voluto portare. Ne parlò col papà che fece finta di preoccuparsi dei possibili lividi che avrebbero in futuro disegnato il corpo del bambino, fece coraggio alla mamma e la convinse ad iscriverlo.
Con gli anni Horacio diventò un giocatore
fortissimo. Fece tanti allenamenti e tante partite con la sua squadra. Si era
innamorato di quella squadra e della sua maglia. Quella
maglia era la sua pelle, quel campo era casa sua, quella squadra aveva rubato
il suo cuore.
Un giorno però dovette cambiare
squadra, cambiare campo, cambiare maglia. Come avrebbe potuto non vestire più i colori della sua squadra!?
Fu dolorosissimo per lui farlo ma lo fece. Cambio squadra, campo, maglia.
Un giorno, in una partita
importantissima, Horacio fece un’azione eccezionale. Prese la palla che un suo
compagno gli aveva passato e corse verso la linea di meta.
Gli avversari cercavano di
fermarlo ma lui era una furia. Il primo provò a placcarlo ma lui gli diede una
botta così forte che lo fece ruzzolare via, un altro cercò di fermarlo ma
Horacio con la mano lo allontanò facendolo cadere, poi ne arrivarono due
assieme ma Horacio abbassò la testa e diede loro una cornata che li fece volare
via come due fuscelli.Il pubblico urlava, tutti erano increduli che ci potesse essere un giocatore così forte. Ma da dove proveniva questo fenomeno? Come faceva ad essere così forte?
Horacio continuava a correre e a sfondare, fino a che arrivarono gli ultimi tre avversari e tutti assieme cercarono di fermarlo. Uno lo placcò ad una gamba, uno cercò di bloccargli l’altra e uno – disperatamente – si attaccò alla sua maglia.
Horacio aumentò la forza, chiese un ultimo sforzo ai suoi muscoli giganti e spinse ancora di più. Le gambe erano bloccate dai due avversari, la maglia si stava allungando tenuta dal terzo avversario ma lui voleva fare meta.
Si lanciò verso la linea di meta
con tutta la forza che gli rimaneva e mentre volava con la palla in mano si
senti un rumore fortissimo.
“STRRAAAAAAAAAPPPPPPPPPPPPPPP”.
Horacio volò, schiacciò la palla
in meta, e tutti i suoi compagni andarono a festeggiarlo. Horacio si rialzò
sorridente con tutta la maglia strappata e tornò a centro campo correndo
assieme ai suoi compagni.A quel punto tutti scoprirono come mai Horacio era così forte.
Attraverso lo strappo della sua maglia tutti si accorsero che Horacio sotto la maglia della squadra per la quale giocava, portava ancora la maglia della squadra che aveva tanto amato e con la quale aveva cominciato ad amare il rugby e che gli aveva insegnato a giocare a rugby.
Horacio era forte perché aveva
mantenuto nel cuore il ricordo della squadra dove era cresciuto, era forte
perché non si era mai dimenticato di quanto la sua squadra di origine lo avesse
fatto crescere, era forte perché aveva capito che anche da un dolore si può
rinascere ancora più forti, era forte perché solo chi è capace di guardare
indietro con amore e fiducia, riesce poi ad arrivare in meta con tutta la forza
che ha.
mercoledì 6 marzo 2019
pillole - Cosa c'è nell'esperienza sportiva - Il confronto
Pillole - Cosa c'è nell'esperienza sportiva - Il confronto
Nelle prime leve, nei primi anni di sport, i bimbi vivono un’età che ha nell’istinto l’unico motore. Non c’è quasi mai la motivazione della competizione vera e propria, intesa come potrebbe intenderla un adulto o un ragazzino adolescente.Tuttavia, dal primo giorno di allenamento i bimbi fanno esperienza del confronto.
Confronto con i compagni - Si gioca a correre, e c’è un compagnetto che corre più veloce e qualche altro che corre più lento. Si gioca ad acchiapparsi e c’è quello rapido che ci riesce in un attimo e c’è anche quello che potrebbe provarci per tutto il giorno ma che non ci riuscirebbe mai. Si gioca a spingersi e c’è quello che cade subito e quello che sembra una roccia monolitica.
Velocemente il bimbo si costruisce una geografia delle forze in campo, delle capacità di tutti, della sua posizione all’interno di queste chiarissime gerarchie. E’ importantissimo che la famiglia e l’allenatore puntino il loro sforzo educativo nella valorizzazione dell’impegno del bimbo e non sul solo confronto con gli altri. Certamente diventa strategica la scelta dello sport giusto per lui. In questo la scelta dei genitori è decisiva.
Confronto con le regole – si arriva al campo, accompagnati da un genitore, da una tata, da un nonno, da un fratellone maggiore, ed il linguaggio improvvisamente cambia. Con il nonno e la tata si poteva urlare e fare i capricci, ma l’allenatore non vuole vedere certe scene.
La famiglia che avrà fatto una buona “ginnastica” educativa a casa, avrà regalato al proprio bimbo un’attrezzatura adeguata per ambientarsi velocemente al nuovo ambiente.
Confronto con la collettività – il bimbo arriva al campo convinto di essere il centro del mondo, il perno attorno al quale ruota tutto il sistema solare e si ritrova ad essere uno dei tanti. Improvvisamente la sua opinione, i suoi desideri, si annacquano nella collettività. Il suo unico modo di poter stare all’interno di quella comunità è essere uno dei tanti, sopportando la vertigine dell’irrilevanza ma percependo anche la forza dell’appartenenza. Che novità! Che smarrimento! Questo tema è particolarissimo. I bimbi che hanno avuto maggiori attenzioni, contenimento, insegnamento, educazione, sono quelli più capaci di rimanere all’interno del gruppo, sopportando la minore visibilità che si ha in squadra rispetto che in famiglia.
Confronto con i propri limiti – il bimbo arriva motivatissimo all’allenamento, ha una voglia matta di giocare, non aspettava altro da giorni, ma ogni esercizio che fa lo pone di fronte ad una presa di coscienza sulle sue capacità fisiche, che ne ridisegna l’entusiasmo, incidendo positivamente o negativamente a seconda che le sue doti siano adatte ai compiti richiesti dall’allenatore e dallo sport scelto. Qui genitori e allenatore possono fare un gran bel lavoro.
Innanzitutto i genitori devono scegliere lo sport giusto. Si ho proprio detto “scegliere”. I genitori attenti scelgono per i loro figli. Sono i genitori che decidono quanto alto deve essere il gradino da far salire al loro bambino per farlo crescere.
La scelta giusta sarà quella dove tutte le componenti sono soddisfacenti, perché serve a poco azzeccare la scelta dello sport, della società e avere l conforto di altri genitori, se poi non c’è feeling e stima con l’allenatore. L’allenatore sarà un partner educativo per un bel periodo di tempo quindi la sua scelta va fatta con oculatezza, un po’ come quando si sceglie un medico di famiglia, un pediatra, un dentista, un ginecologo.
Quello che ritengo profondamente istruttivo è l’esempio che una famiglia può dare nel gestire vicende che si mettono di traverso al sereno andamento dell’esperienza sportiva. Come ci si comporta di fronte ad una scelta dell’allenatore che sembra profondamente ingiusta, come ci si comporta di fronte ad un sopruso, di fronte ad un errore?
Qui noi genitori dobbiamo decidere da che parte vogliamo stare. Vogliamo essere i genitori “spazzaneve” oppure vogliamo essere i genitori “maestri di vita” che si fanno tremare i polsi in silenzio quando vedono il figlio inciampare nell’ostacolo e poi corrono al loro fianco a dare loro supporto, a offrirsi come fornitore di un’interpretazione, di una spiegazione di quello che è successo?
Di più. Nel caso in cui ci si trovi di fronte ad un vero e proprio sopruso o ad un’ingiustizia, il genitore deve decidere se portarsi a casa la vittoria nella irrilevante battaglia di vedere corretto un errore o sanzionata un’ingiustizia oppure se provare a vincere la ben più importante guerra di insegnare al proprio figlio a rimanere solido anche di fronte ad un imprevisto, a gestire la frustrazione che prova chi è nel giusto e viene penalizzato. Quel bimbo avrà molte più probabilità di sapersi comportare all’interno di una competizione molto tirata, mantenendo un buon grado di equilibrio invece di farsi trovare impreparato ed inadeguato.
Federico Ghiglione - Pedagogista
Resp. progetto PROFESSIONE PAPA'
Resp. U6, U8, U10 CUS Genova Rugby
Resp. RUGBYTOTS Genova
www.professionepapa.it
Federico Ghiglione - Pedagogista
Resp. progetto PROFESSIONE PAPA'
Resp. U6, U8, U10 CUS Genova Rugby
Resp. RUGBYTOTS Genova
www.professionepapa.it
lunedì 25 febbraio 2019
pillole - Cosa c'è nell'esperienza sportiva? - L'autonomia
Cosa c'è nell'esperienza sportiva? - L'autonomia
Nel momento in cui un bimbo varca il cancello di un campo
sportivo è solo. Vedo mamme che fanno fatica a salutare, vedo padri che
accompagnano i figli fin dentro il campo, vedo nonni che restano in contatto
verbale e visivo per tutto l’allenamento.
E’ normale. E’ umano. Non si sa chi è più preoccupato di
quel distacco, l'adulto o il bimbo.
Ma niente, non si può far altro che fargli varcare il
cancello del campo e lasciarlo da solo.
Che paura.
Ed ecco che il lavoro comincia. L’allenatore con le sue
regole, con il suo linguaggio, con il suo stile, i bambini con le loro
strategia di socializzazione. Una matassa nuova nella quale ogni bambino deve
cominciare a navigare con le proprie forze.
Le regole della socializzazione, i metodi per fare amicizia,
per entrare in contatto con gli altri bambini sono le stesse. Quello che cambia
sono i valori in gioco. Eh si perché ogni mondo ha i suoi valori, ha i suoi
punti di forza, che determinano chi vale di più e chi vale di meno.
L’elemento principale che determina le gerarchie nei gruppi
di ragazzi che imparano è l’intelligenza, la capacità di apprendere, la
vivacità nel cogliere gli insegnamenti. Chi ha maggiori doti in questo campo
eccelle e diventa un leader.
C’è poi la capacità di leadership, quella che rende un
ragazzino determinante all’interno del gruppo nei momenti di socializzazione,
durante le ore libere, le ricreazioni, gli incontri fuori dalla scuola. Generalmente queste persone hanno doti di empatia forte, sanno leggere
le diverse personalità, sanno trovare il linguaggio adeguato per entrarci in
contatto, sanno coglierne le sfaccettature necessarie per modulare il proprio
comportamento in modo da far sentire tutti a loro agio.
Non è da sottovalutare anche, soprattutto nei gruppi di
giovani atleti, la capacità di vivere all’interno delle regole. In due parole, tanto più i bambini saranno educati a
rapportarsi ai “no”, tanto più sapranno ambientarsi con disinvoltura al mondo.
Questa meravigliosa qualità, dicevo, non solo non è da
sottovalutare, ma è determinante per ottenere i buoni risultati nelle due aree
sopra descritte. Un ragazzino che sa adeguarsi ai nuovi mondi con serenità,
apprende con maggiore efficacia e socializza con più facilità.
Siccome non siamo in un mondo perfetto, e noi genitori non
siamo per nulla perfetti, accade molto spesso che a bordo di quel campo ci sia
un genitore che quel lavoro stia facendo
molta fatica a farlo. Anzi, spesso accade che il genitore porti il
figlio al bordo di quel campo proprio perché sta cercando un alleato che lo
aiuti a fare quel lavoro. Si tratta quindi di capire che ruolo avrà il genitore in questa nuova esperienza. Il genitore ha grandissime responsabilità sulla scelta dell’ambiente, dello sport, degli educatori, perché un genitore sceglie in prima persona l’indirizzo e la direzione del progetto educativo del figlio, ma poi ne resta ai margini.
Mi spiego meglio. Ritengo fondamentale che il bimbo sia
lasciato solo a rapportarsi con il nuovo ambiente, in maniera che abbia un
ambito nel quale possa giocarsela da solo, smazzarsela da solo, fallire da
solo, riabilitarsi da solo, avere successo da solo. Questa è la vera autonomia.
Lasciare che il bimbo, in un ambiente sapientemente scelto e controllato, viva
un’esperienza autonoma.
Il punto non è difendere il figlio da un’ingiustizia subita
dall’allenatore o da un sopruso subito da un compagnetto, ma insegnargli
strategie per uscirne migliori, più grandi, più maturi.
Mi spiego meglio. Credo che un bambino cresca di più se
conosce, affronta e risolve un problema di bullismo all’interno di un gruppo
sportivo nel quale c’è un allenatore che gli dà supporto, rispetto al toglierlo
di corsa dalla squadra. Credo che un bambino cresca di più se deve rapportarsi
ad un’esclusione dalla squadra, per esempio imparando a chiedere spiegazioni
all’allenatore o cercando di capire quali siano le competenze necessarie a
farsi scegliere, piuttosto che avere un padre che fa polemica con le scelte
della Società.
Arrivo anche a dire che la vicenda sportiva non dovrebbe
uscire dal perimetro del campo. Un bimbo che non si è comportato bene durante
gli allenamenti e le partite e viene punito, non dovrebbe essere punito anche
dai genitori e i genitori, se non convocati dall’allenatore, non dovrebbero
preoccuparsi di portare le scuse all’allenatore.
Per intenderci al bambino andrà detto: “hai pensato che forse l’allenatore
avrebbe potuto pensare questo e che sarebbe opportuno dirgli quest’altro?”,
mentre non andrà mai detto “Vuoi che ci parli io con l’allenatore?”.
Siamo genitori, costruiamo, educhiamo, facciamo crescere. Non
siamo spazzaneve che spianano la strada.Nulla vieta poi, in separata sede, in via riservata e segreta, chiedere un colloquio con l’allenatore. Quel colloquio sarà il colloquio tra due soci, che assieme stanno collaborando alla costruzione della personalità di un piccolo uomo.
Federico Ghiglione - Pedagogista
Resp. progetto PROFESSIONE PAPA'
Resp. U6, U8, U10 CUS Genova Rugby
Resp. RUGBYTOTS Genova
www.professionepapa.it
sabato 9 febbraio 2019
pillole - Cosa c'è nell'esperienza sportiva? - La comunità
Cosa c’è nell’esperienza sportiva? - La comunità
Ad uno sguardo veloce, un
gruppo di bambini che giocano a rugby, altro non sono che un gruppo di bambini
che stanno imparando a giocare a rugby. Ma la vicenda alla quale assistiamo e molto più articolata
di quello che apparentemente può apparire.
Un bambino che viene iscritto in un corso di
rugby, entra a far parte di una squadra, un gruppo di coetanei con i quali
socializzare. Il bambino ha già un’esperienza di comunità, quella scolastica, ma
le regole della socializzazione scolastica sono molto diverse da quelle in
ambito sportivo.
Può succedere così, che i bambini debbano ridisegnare le loro
strategie di comunicazione e di socializzazione per adeguarsi ai nuovi
equilibri. Entrando in un nuovo ambiente sociale che ha regole diverse di ingaggio
e di assegnazione delle gerarchie, deve riorganizzare le sue strategie sociali,
impararne delle nuove e misurarsi su un campo nuovo nel quale potrebbe non
avere ancora le competenze per eccellere. Ecco allora che lo sport mostra il
suo primo ambito di crescita personale, decisivo per l’arricchimento interiore
del bambino.
Non è poi da sottovalutare anche la valenza di riequilibratore
sociale che ha lo sport. Sono frequenti i casi di bambini che stentano a scuola
e per questo vivono condizioni di insuccesso, frustrazione o emarginazione in
ambito scolastico, che rifioriscono non appena vengo messi in un ambiente
sportivo nel quale il linguaggio necessario per socializzare e per affermarsi è
più consono al loro carattere.
Credo che i genitori dovrebbero essere molto interessati a
questa parte di esperienza offerta dallo sport. Purtroppo la “vicenda” sportiva
distrare molto l’attenzione dei genitori che si ritrovano a notare e
sopravvalutare i risultati sportivi e il confronto tra la performance del
figlio rispetto al resto della squadra, senza dare il giusto valore all’enorme
bagaglio di esperienze che il bambino sta facendo nel gruppo.
Immaginiamoci per esempio un bimbo particolarmente piccolino
in una squadra di rugby, obbligato a trovare un modo di affermarsi in squadra.
Immaginiamoci un bimbo grande e grosso, che si
trova di colpo catapultato in cima alle classifiche del gradimento da parte dei
compagni.
Immaginiamoci poi situazioni più delicate, quelle per
esempio in cui in squadra qualcuno approfitti della sua prestanza fisica per
essere prepotente. Le difficoltà di una situazione del genere sono una palestra
straordinaria per cominciare a fare un lavoro su tutto il gruppo. Il vantaggio in questo caso è dato dall’opportunità di poterlo fare in un
ambiente non protetto ma controllato.
Ecco forse è bene chiarire questo: i
bambini non vanno protetti ma vanno controllati. Se c’è un bullo in squadra ci
si ferma, si analizza, si prova a ragionare, si prova a crescere. Molto meglio
farlo in squadra, genitori e allenatori assieme, piuttosto che doversi
confrontare con fatti accaduti per strada, da parte di sconosciuti, senza i
nostri occhi a vedere.
Immaginiamoci anche situazioni in ambiti differenti ma
ugualmente significative, come per esempio, la presenza di bimbi con deficit o
disabilità in squadra. E’ chiaro a tutti che in questi casi può succedere di
avere dei rallentamenti nel percorso didattico, ma se un piccolo rugbysta passerà un po’ meno bene la palla perché abbiamo
dovuto pensare di più ad un compagnetto meno fortunato, sono certo che quel
bimbo non avrà compromesso la sua carriera sportiva, ma sicuramente avrà dentro
di sé il seme della tolleranza, della comprensione e dell’altruismo, che lo
aiuterà ad essere un uomo migliore.Federico Ghiglione - Pedagogista
Resp. progetto PROFESSIONE PAPA'
Resp. U6, U8, U10 CUS Genova Rugby
Resp. RUGBYTOTS Genova
www.professionepapa.it
lunedì 28 gennaio 2019
pillole - Cosa i genitori NON dovrebbero fare riguardo lo sport dei figli - 9 regole utili
pillole - Cosa i genitori NON dovrebbero fare riguardo lo sport dei figli - 9 regole utili (in pillole)
1. NON SCEGLIERE - Un bimbo con
buone doti di socializzazione è già capace di rapportarsi con un educatore che
gli propone di cominciare a muovere il suo corpo seguendo regole e giochi
adatti al suo grado di comprensione.
Ecco allora che NON SCEGLIERE lo sport già dai primi anni può diventare
un errore. Bisogna avere il coraggio di SCEGLIERE anche perché ad un bimbo di due anni non si può chiedere
che sport vorrà fare, né avrebbe senso farlo. Un bimbo di quell’età vuole solo
giocare, quindi sarà la famiglia a scegliere per lui un'attività ludica che
contenga, al suo interno, tutti gli insegnamenti necessari al suo sviluppo
motorio.
2. FAR SCEGLIERE SOLO A LUI – E allora chi sceglie? Tanto più il bimbo è piccolo, tanto più dovrà essere predominante la scelta dei genitori. Aspettare che SCELGA LUI potrebbe essere un errore. Le sue richieste sarebbero quasi certamente dettate da fattori di relazione (amichetti che fanno un certo sport) oppure scelte “consumistiche” e cioè stimolate da accattivanti pubblicità o notorietà sui media.
3. SCEGLIERE PER LUI – Cosa rischiamo noi genitori quando prendiamo il toro per le corna e scegliamo per i nostri figli? Il rischio dell’immedesimazione, della proiezione su di loro dei nostri desideri, dei nostri sogni. Accecati dai nostri sogni, dalle nostre aspettative, dalle nostre pregresse frustrazioni, rischiamo di forzare una scelta e di fare un errore i cui esiti potrebbero essere decisivi sul futuro piacere di nostro figlio di fare sport.
4. NON SPIEGARE LA SCELTA – A volte è sufficiente dare un nome alle cose. E’ molto utile spiegare ai bimbi che si è scelta quell’attività perché servirà loro a imparare a correre, a crescere, a giocare, a fare amicizia, a rispettare le regole. E’ sorprendente scoprire quanto sia rassicurante per bimbi piccoli poter dare un nome alle cose. Magari loro non hanno capito proprio bene tutte le nostre spiegazioni, ma quella cosa lì ha un nome, e se papà e mamma gli hanno dato un nome, vuol dire che è una cosa importante. E il loro sviluppo motorio, lo sport, è una cosa importante.
5. NON OSSERVARE IL BAMBINO – Se c’è una cosa che un figlio non può sopportare, è di non essere visto. Non è detto che tutto funzioni: potrebbe esserci ansia prima degli allenamenti, continue richieste di rinunciare agli impegni, lamentele sulla scarsa socializzazione o ricorrenti screzi con i compagni, delusione o difficoltà nel rapporto con l’allenatore, distrazione eccessiva o addirittura estraniamento durante il gioco, svogliatezza nel linguaggio corporeo, pochi risultati di crescita nell’abilità del gioco. Ecco, solo quando si è fatto anche questo controllo, solo allora si può dire di aver messo nostro figlio al posto giusto.
6. NON DELEGARE GLI ALLENATORI – l’idea giusta, il progetto giusto, l’ambiente giusto hanno bisogno delle persone giuste. Delegare, fidarsi, lasciar fare a chi è del mestiere, non invadere il campo nel quale spesso non si è competenti, ma che soprattutto ha bisogno della assenza dei genitori. Se si progetta un piano di sviluppo nel quale il bambino cresca in termini sia fisici che in termini di autonomia e socializzazione, bisogna che i genitori abbiano il coraggio di permettere che questo avvenga in un ambiente nel quale sia il bimbo a gestire tutte le dinamiche delle nuove relazioni. Il genitore competente, una volta fatta la sua scelta, si fa da parte.
2. FAR SCEGLIERE SOLO A LUI – E allora chi sceglie? Tanto più il bimbo è piccolo, tanto più dovrà essere predominante la scelta dei genitori. Aspettare che SCELGA LUI potrebbe essere un errore. Le sue richieste sarebbero quasi certamente dettate da fattori di relazione (amichetti che fanno un certo sport) oppure scelte “consumistiche” e cioè stimolate da accattivanti pubblicità o notorietà sui media.
3. SCEGLIERE PER LUI – Cosa rischiamo noi genitori quando prendiamo il toro per le corna e scegliamo per i nostri figli? Il rischio dell’immedesimazione, della proiezione su di loro dei nostri desideri, dei nostri sogni. Accecati dai nostri sogni, dalle nostre aspettative, dalle nostre pregresse frustrazioni, rischiamo di forzare una scelta e di fare un errore i cui esiti potrebbero essere decisivi sul futuro piacere di nostro figlio di fare sport.
4. NON SPIEGARE LA SCELTA – A volte è sufficiente dare un nome alle cose. E’ molto utile spiegare ai bimbi che si è scelta quell’attività perché servirà loro a imparare a correre, a crescere, a giocare, a fare amicizia, a rispettare le regole. E’ sorprendente scoprire quanto sia rassicurante per bimbi piccoli poter dare un nome alle cose. Magari loro non hanno capito proprio bene tutte le nostre spiegazioni, ma quella cosa lì ha un nome, e se papà e mamma gli hanno dato un nome, vuol dire che è una cosa importante. E il loro sviluppo motorio, lo sport, è una cosa importante.
5. NON OSSERVARE IL BAMBINO – Se c’è una cosa che un figlio non può sopportare, è di non essere visto. Non è detto che tutto funzioni: potrebbe esserci ansia prima degli allenamenti, continue richieste di rinunciare agli impegni, lamentele sulla scarsa socializzazione o ricorrenti screzi con i compagni, delusione o difficoltà nel rapporto con l’allenatore, distrazione eccessiva o addirittura estraniamento durante il gioco, svogliatezza nel linguaggio corporeo, pochi risultati di crescita nell’abilità del gioco. Ecco, solo quando si è fatto anche questo controllo, solo allora si può dire di aver messo nostro figlio al posto giusto.
6. NON DELEGARE GLI ALLENATORI – l’idea giusta, il progetto giusto, l’ambiente giusto hanno bisogno delle persone giuste. Delegare, fidarsi, lasciar fare a chi è del mestiere, non invadere il campo nel quale spesso non si è competenti, ma che soprattutto ha bisogno della assenza dei genitori. Se si progetta un piano di sviluppo nel quale il bambino cresca in termini sia fisici che in termini di autonomia e socializzazione, bisogna che i genitori abbiano il coraggio di permettere che questo avvenga in un ambiente nel quale sia il bimbo a gestire tutte le dinamiche delle nuove relazioni. Il genitore competente, una volta fatta la sua scelta, si fa da parte.
7. NON SOVRAPPORSI ALL'ALLENATORE – Il genitore competente
quindi non fa l'educatore della Società, non dà giudizi sulla bontà delle
regole del Club. Il genitore competente non fa nemmeno l’allenatore, quindi non
mette becco nei sistemi di allenamento, nella programmazione didattica, nel
programma agonistico, nelle scelte tecniche, nelle scelte disciplinari.
8. CONFONDERE I CONFINI SPORT/FAMIGLIA – Se proprio vogliamo essere pignoli, il genitore competente dovrebbe non confondere i confini dell’esperienza sportiva, dalle vicende famigliari. Se in squadra l’Allenatore ha redarguito il bimbo o gli ha inflitto una punizione, non è necessario che la famiglia rincari la dose punendo a sua volta il bimbo … per non essersi comportato bene ad allenamento.
9. CHIEDERE RISULTATI AL FIGLIO – Ed infine il consiglio più prezioso. Non chiedete risultati ai figli. “Fammi un goal”, “Fammi una meta”, “Vinci per me”, sono frasi che l’istinto ci fa uscire dalla bocca quotidianamente ma che dobbiamo correggere. “Divertiti”, “Impegnati più che puoi”, “Dai tutto quello che hai”, “Non vedo l’ora di vederti giocare”, “Fammi vedere quello che hai imparato”, “Sono contento di vederti con i tuoi compagni e la tua maglia”, sono frasi che fanno sentire il nostro entusiasmo e che hanno il meraviglioso pregio di far capire che la nostra felicità e la nostra soddisfazione è legata al fatto di potere essere li con loro e guardarli giocare, senza alcun interesse per i risultati che conseguiranno.
8. CONFONDERE I CONFINI SPORT/FAMIGLIA – Se proprio vogliamo essere pignoli, il genitore competente dovrebbe non confondere i confini dell’esperienza sportiva, dalle vicende famigliari. Se in squadra l’Allenatore ha redarguito il bimbo o gli ha inflitto una punizione, non è necessario che la famiglia rincari la dose punendo a sua volta il bimbo … per non essersi comportato bene ad allenamento.
9. CHIEDERE RISULTATI AL FIGLIO – Ed infine il consiglio più prezioso. Non chiedete risultati ai figli. “Fammi un goal”, “Fammi una meta”, “Vinci per me”, sono frasi che l’istinto ci fa uscire dalla bocca quotidianamente ma che dobbiamo correggere. “Divertiti”, “Impegnati più che puoi”, “Dai tutto quello che hai”, “Non vedo l’ora di vederti giocare”, “Fammi vedere quello che hai imparato”, “Sono contento di vederti con i tuoi compagni e la tua maglia”, sono frasi che fanno sentire il nostro entusiasmo e che hanno il meraviglioso pregio di far capire che la nostra felicità e la nostra soddisfazione è legata al fatto di potere essere li con loro e guardarli giocare, senza alcun interesse per i risultati che conseguiranno.
Federico Ghiglione - Pedagogista
Resp. progetto PROFESSIONE PAPA'
Resp. U6, U8, U10 CUS Genova Rugby
Resp. RUGBYTOTS Genova
www.professionepapa.it
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